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Storia del Rattle Skull, il beer cocktail di cui andavano pazzi i coloni americani nel 1700

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Eccoci, quindi, davanti a questa pinta nerissima che odora di metallo appena grattugiato. La schiuma scende sul bancone funebre e corposa mentre Martina mescola rapidamente lo spoon perché davvero nessuna possibile combinazione chimica fra questa stout, il rum, il brandy, il lime e il miele cristallizzato si perda. Il Rattle Skull è una sorta di farmaco stordente – ma leggermente più delicato di una mazza da baseball sulla fronte – , inventato in un anno non precisato del 1700 in qualche taverna del New England ed è considerabile il primo beer cocktail della storia e più, in generale, uno dei più sinceri tentativi di mixology che anticipano l’arrivo del prof. Jerry Thomas e del suo Martinez. Insomma una sorta di vaso di Pandora proveniente dai ripiani più sudici e oscuri della credenza della storia e giustamente dimenticato per centinaia di anni, che abbiamo deciso di far rivivere in un pomeriggio assolato del Blue Hush, di nuovo trasformato in un sito di archeologia del bere.

 

Bersi il cervello fino a svuotarsi il cranio

 

Se delle origini del Rattle Skull, come tutte le storie umide e sudate che hanno a che fare con le cattive abitudini, se ne sa ben poco, un buon punto di partenza può essere ricostruire la genesi del suo nome. Nomen omen, il teschio che sibila è l’evoluzione alcolica del termine appartenente al jargon britannico Rattle-Brain, un modo squisito arrivato dalle terre della Regina fino alle coste dell’Atlantico per definire i folli e i rumorosi. In sostanza gli ubriaconi molesti che, in questa trasposizione, assume appieno il concetto di bersi il cervello fino a svuotarsi il cranio. L’era coloniale è ricca di termini per definire questo stato di euforia alcolica, tanto che nelle memorie di Benjamin Franklin – sì, il presidente – appaiono quasi 200 termini per definirla stile busky, buzzey, cherubimical, cracked, e la sua preferita halfway to Concord, l’ennesimo modo carino per definire la perdita della rotta. To rattle, del resto, indica precisamente lo stato di tremore che sentiremo non appena questi presentimenti diverranno realtà.

Con questi presupposti non sappiamo cosa aspettarci perché se è vero che l’incrocio con birre corrette al bancone appartiene a un substrato giovanile su cui non vorremmo tornare, questa volta creare un Rattle Skull e la sua definizione di beer cocktail sarà un qualcosa di più profondo. Il punto di partenza non può che essere il recupero della ricetta originale a partire dalla sua base e, cioè, una classica e nerissima Stout (per noi la Blackout di Birrificio Rurale) a cui verranno aggiunti 1/3 di rum, 1/3 di brandy, lime fresco e miele cristallizzato. Dopo essere stata shakerata, la parte di spirits viene poi versata insieme alla birra, creando quella schiuma portentosa e densa di malessere che ci apprestiamo a sorseggiare. La capacità, e le necessità, alla base di questo beer cocktail sono una dichiarazione di intenti: nascondere la follia alcolica al suo interno anestetizzandone il gusto, poterne bere quindi una serie indefinibile e ritrovarsi da qualche parte senza sapere come ci si è arrivati. Non è forse un caso allora che i periodi più sanguinosi della caccia alla streghe possano coincidere con la sua apparizione. L’interazione fra brandy e rum cancella totalmente le note tostate e il marchio che rende(va)no la Blackout una rappresentazione fedele, forse dai tratti più americanizzanti che irelanders, trasformandola in una culla accogliente che, dalla freschezza precedente ora stempera la potenza alcolica che si erge una volta buttata giù fino a svuotare, definitivamente, le cervella, non prima che il tenore alcolico prenda le redini del gioco. Be quiet kids.

Ricetta del Rattle Skull beer cocktail originale:

1/3 rum inglese, 1/3 brandy, lime fresco, miele + Blackout Birrificio Rurale

 

 

Divagare per non perdere il senno

Per Colin Hirsch in Forgotten Drinks of Colonial New England, la genesi del Rattle Skull va ricercata nelle taverne più tenebrose, fra quei bevitori professionisti per cui questo beer cocktail diventò la naturale e più semplice evoluzione del Boilermaker (lo shottino di whisky che accompagna la birra tipico degli Stati Uniti): «In colonial New England, taverngoers didn’t bother with keeping the two alcohols apart—they tossed a mix of intoxicating liquors together into the most bracing of bracers, the Rattle-Skull», che inaugurerarà una stagione di bevute e insostituibili sbronze che verranno cessate solo con l’intervento di puritani e, immaginiamo, la guardia nazionale.

Martina sorride mentre apre la lattina di White Pastry Stout di Mister B e non sappiamo se sia un bene o un male, per poi mescolare gli ingredienti che daranno vita a una nuova evoluzione del nostro beer cocktail. Sarà il rum, più delicato e speziato, o forse l’eliminazioni del brandy, forse ancor di più il tenore dolcino della Beegnolata, ma quello che ne esce fuori è un colpo di zuccherosità imperante, stordito e latinizzato dal tocco di agave e dalle punte di noce moscata grattugiata. Che sia whitewashing in formato liquido, questa versione ripropone la stessa trama del precedente, il gusto si scombina, alla caccia di un equilibrio, e poi si perde mimando una lotta per la sopravvivenza che, di nuovo, recita la parte sia di benzina che di accendino. Nuovo, ma fedele alla linea, il White Pastry Rattle Skull è resilienza in forma purissima. Indulge ma non rifiuta, anzi insiste sulla rabbia alcolica e sul suo preciso obiettivo di svuotare tutto quello che ci era rimasto di sano nel cervello.

White Pastry Skull beer cocktail:

1/3 rum Jamaica Hamdpen, 1/3 succo d’agave, lime fresco, noce moscata + Beegnolata Mister B

 

Heavy poetry in alcol

 

La diffusione degli slang fra una costa e l’altra è un po’ come l’arrivo di alcune piante infestanti fra vecchio e nuovo mondo. È in questo modo che dalle opere del poeta scozzese Allan Ramsey, in cui appare la prima volta il termine Rattle Skull (Heh, lass! how can ye be that rattle-skull?), che poi si trasforma in quello che stiamo affrontando oggi. Divagazione? Può essere necessaria, perché siamo all’arrivo della nuova versione e impresa di Martina che questa volta ricalca si le direzione dello storico beer cocktail ma le erge a una più convincente, delicata e potente struttura. A questo giro arriva la classic Porter Madiba di Birrificio Lariano, scovata nelle stanze di LAB Bologna in un momento last minute, a cui Martina aggiunge Cognac Camus, zucchero, lime (la triade immancabile) e il timo. L’effetto è delicato, il torrefatto si mescola appieno con il cognac, il nero potente della Madiba si stempera in un color nocciola dai tratti pastellati e una frizzantezza appena accennata ma viva e suadente, il timo dà poi quella componente erbacea, arrostesca, che potrebbe essere la direzione perfetta con cui mettere ko un roasted pork di quelli alla New England.

Porter Skull:

2/3 Cognac Camus, lime fresco, zucchero, timo + Madiba Birrificio Lariano

 

 

Se pensavamo che il Rattle Skull originale potesse essere il beer cocktail più potente di sempre, ci sbagliavamo. Martina decide di esagerare e per aumentare ancora di più la potenza di fuoco tira fuori dal frigo (ancora una volta con lo stesso sorriso un po’ felice un po’ sanamente folleggiante che ritornerà vedendoci assaggiare) una Dark Chilly Pond di Crak. 11 fucking gradi in cui ritorna il dannato rum inglese, il brandy e una spremuta di arancia prepotente, prima della grattugiata finale di cioccolato in cima.

Proprio come diceva vostra madre non lasciatevi ingannare dalle caramelle dei taverngoers del New England, dalle note cioccolatose che ispirano delicatezza e vi faranno aprire le porte dei sensi palatali perché sarà un errore di cui potreste pentirvi. È un cavallo di troia costruito per svuotarvi le cervella, una sorta di timer e reazione chimicofisica che non appena pensate di averla scampata risale con una potenza di fuoco leggendaria. Se prima era una caccia alle streghe ora siamo nella Fort Apache della storia dei beer cocktail, la più sincera, delirante versione di un mix già forte ora al quinto (forse undicesimo) livello. Rageous kids go to hell and never return.

Heavy Rattle Skull beer cocktail:

1/3 Cognac Camus, succo di arancia, cioccolato nero + Dark Chilly Pond Crak

Un grazie a Martina e al Blue Hush di Bologna, che con la stessa energia, sappiamo non lascerà che le nostre ricerche in fatto di beer cocktail finiscano qui. La prima puntata del tour potete trovarla qui.

 

Le fotografie sono a cura di Lorenzo Pasquinelli x Beeer Mag, 2022 ©

Riproduzione vietata senza consenso.

 

In seguito alla segnalazione di un lettore (che ringraziamo) ci siamo accorti di aver tradotto male la definizione di Rattle Skull, pertanto abbiamo proceduto alla correzione.