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Beeer Mag. 2021 ©

Cara Pils, l’anima oscura dei discount del Belgio brassicolo

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Tutto quello che credevate di sapere sulle birre del Belgio potrebbe non essere effettivamente la sua totalità o, almeno, potreste aver legittimamente scelto di considerare solo la sua parte migliore, tutta lievitazioni selvagge, birre natalizie e ordini trappisti intenti a creare miracoli. Ebbene, direbbe Ben Parker, chi è in grado di fare grandi imprese è anche destinato a creare le cose peggiori e per godere del meglio, a volte, bisogna raschiare – letteralmente – il fondo della vasca.

La Cara Pils, metà bevanda metà ?, ha le sue origini sicuramente nell’oscurità di qualche cantina (molto più probabilmente dalle tubature) ma non di quelle accoglienti del Payot Café, in cui sono custodite geuze dal valore di un tesoro e bottiglie secolari. Questa storia nasce fra gli umidi corridoi delle celle frigo del Colruyt, discount d’ispirazione brutalista sparso per tutto il Belgio, in cui viene venduta a ottantotto centesimi al litro, per poi prosperare fra gli studenti e gli angoli del quadrato della movida liégeoise e trovare un momento di incredibile notorietà sulle spiagge del Costa Rica.

La Cara Pils è la birra peggiore al mondo secondo Ratebeer e poteva nascere dappertutto, certo, e dappertutto esistono sicuramente birre di qualità simile, ma solo in Belgio probabilmente avrebbe potuto prosperare fino a diventare un’icona di streetwear decadente venduta su upsmuck.

 

 

È statisticamente impossibile prevedere quando la Cara Pils entrerà nella tua vita, se a una festa di erasmus spagnoli o passata dalle mani di un qualche belga fuorisede in una serata di un qualsiasi weekend nei quartieri-discoteca. Il fatto è che c’è solo un prima e un dopo il suo arrivo. A questo punto potreste chiedervi come sia potuto accadere che in Belgio, dove praticamente tutte le birre bevibili sono a un prezzo più che ragionevole, esista qualcosa come la Cara Pils. È una domanda sensata a cui tendenzialmente si possono trovare giustificazioni più che risposte. La mia è, come quella di tutti probabilmente, un semplice collegamento fra giovinezza, emigrazione e sopravvalutazione del proprio fisico come spiega nella sua recensione il profeta paulwalsh:

 

Take this act of drinking Carapils and nothing more: the index pointing toward this act, the bare act, the minimal deictic, the minimalist aim of this act of drinking, also marks something else. Namely, the fact that we perhaps have no concept and no meaning available to us to understand in any other way the beer that has just been drunk. But this very drink remains ineffable, like an intuition without concept, like a unicity with no generality on the horizon or with no horizon at all, out of range for a language that admits its powerlessness and so is reduced to pronouncing mechanically the demand for a beer, and to repeat this demand endlessly, as a kind of ritual incantation, a conjuring poem, a journalistic litany or rhetorical refrain that admits to not knowing that it is in fact drinking a can of Carapils.

 

Nel 2012 vivevo in Outremeuse, l’isoletta-quartiere al centro del fiume che separa la rive gauche e droite di Liegi. Abitavo in un palazzetto di tre/quattro piani bello sgangherato insieme a spagnoli e italiani, eravamo arrivatitutti per qualche ragione nella capitale della Vallonia. Pioveva sempre, il fango era ovunque e l’ingresso al palazzo era diviso fra le scale e la porta del piano rialzato che un tempo era stato un negozio e ora ospitava quattro dei protagonisti di questa storia. Essendo i primi affittuari, dopo la recente e problematica ristrutturazione, cominciammo ad arredarla con divani, poster, elettrodomestici e antichità abbandonate dai liegini sulle strade. Quelli di Rue Mean non sono mai stati per fortuna gli appartamenti migliori in cui avremmo vissuto ma sono stati, per sei mesi e per un anno, un porto sicuramente umido, fatiscente, a costante rischio incendio ma magico e accogliente. Il Colruyt, come una sirenza ci tentava con i suoi prodotti scontati da centinaia di metri, era una risorsa preziosa per sopravvivere solo con la borsa dell’Unione Europea. Non era lì, comunque, che compravamo la Cara Pils, decidendo di investire sui vuoti a rendere.

Non c’era effettivamente un momento preciso in cui la Cara Pils saltava fuori, semplicemente c’era sempre e, in maniera del tutto incredibile, era diventata una sorta di simbolo di quell’allegra povertà che ci permetteva di alimentare le follie del Carré, la labirintica trama di vicoli festaioli della cittadina vallona che ogni weekend apriva le porte alle bevute insensate dei belgi.

La Cara Pils, per noi e per i belgi, divenne una sorta di feticcio venduto dagli alimentari a 50 cent tutta la notte e un lasciapassare nelle peggiori feste in cui ci saremmo trovati. La Cara Pils ha la grande capacità di essere un liquido del tutto indifferente alla sua natura brassicola, in cui si condensano speranze e fallimenti di un paese intero. Non si sa nulla della sua storia, si dice che vent’anni fa fosse prodotta da Alken-Maes ma, da allora, i portavoce di Colruyt hanno secretato le notizie. Questa acqua frizzante al sapore di birra è, in fondo, figlia del suo nomen omen in cui il chiaro riferimento al tipo malto Weyermann®, colpevole della caramelizzazione del mondo, rimane, di fatto, l’unico legame reale con il tema birra. I suoi ingredienti sono la complessa unione di sostanze stupefacenti e una stupefacente capacità di assemblaggio chimico in grado di di aprire e chiudere ogni tipo di serata.

Il sud del Belgio è profondamente diverso dalla parte fiamminga, più ruspante, meno rigido, pieno di realtà particolari e incomprensibili e la Cara Pils continua tuttora a raccontarne le storie più efferate. La sua etichetta, fedele al brutalismo della casa madre, è già una dichiarazione di sincerità fine a se stessa ma è proprio questo, probabilmente, che ha reso la Cara Pils il corrispondente della Campbell’s Soup per gli studenti belgi. Anzi, probabilmente, di più, è diventata così fondamentale da aizzare quasi 12mila adepti raccolti nel gruppo Cara Pils around the world contro la decisione del Colruyt di cambiarne il nome e la grafica.

 

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L’incredibile storia della Cara Pils ha, però, un’ulteriore sviluppo e, no, non riguarda la grande crisi del 2017, quando Colruyt ha dovuto ritrattare lo stop alla produzione, ma il suo arrivo in Costa Rica. È il 2014 quando, durante un viaggio, l’imprenditore Nico Mortier visti i prezzi delle birre, convince Colruyt a esportare nell’isola dell’America centrale. Cara Pils diventa l’immagine di una birra premium e un simbolo di integrazione fra nuovo e vecchio mondo. I costaricani ne vanno matti, cominciano a riempire i feed social con magliette, lattine sempre fresche e volti felici (vedere per credere). È così che comincia il suo grande percorso di espansione. Il Costa Rica, infatti, è solo il primo dei paesi stranieri in cui la Cara Pils si affermerà, arrivando in Africa centrale, in Kenya, in Armenia e nelle Antille fino al 2017 quando, grazie a un accordo fra Colruyt e Alibaba, diventa uno dei premium products a essere esportati in Cina.

Se tutto questo non ha senso è comprensibile. Lasciatevi però per un attimo convincere dalla filosofia  del Carasutra, questa malevole e malsana abitudine per cui proprio in Belgio, patria di tutto,  la Cara Pils continua a rappresentare un punto di riferimento pop per studenti e fuorisede, con buona pace di Baudeleaire.

Once Cara Pils, forever Cara Pils.

 

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2012

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