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Le evitabili verticali di birra dell’In’s

Nella vita vi sarà certamente capitato di leggere o scorgere il termine di verticale. Nel mondo della birra non si parla di bevute a testa in giù (che ha effettivamente un corrispettivo) ma di momenti di degustazione estrema, dove supergeeks di quarto livello scelgono una particolare birra che evolve nel tempo (come nel caso della annate della Stille Nacht)  o di una particolare versione di uno stile e si va alla scoperta delle sue sfumature. Nella sua definizione stessa, verticale implica lo sforzo, fisico e mentale di una ricerca e una sfida. Ovviamente nel caso della birra del bancone dell’In’s la sfida non è percepire tutte le sfumature ma sopravvivere.

Ci prepariamo così a una scalata di gradi che dai 4.9% della calcarea Dahlberg  arriva al limite massimo conosciuto nelle terre dell’In’s, quel drammatico 12% – che suona più di un condanna – dell’Atlas Super Strong. Gli altri protagonisti di questa toponomastica di opportunità mancate contano, quindi, il fior fiore della birra dell’In’s, rigorosamente scelte fra i suoi marchi più iconici: Postina, la IPA speciale (e la più costosa), Hefe Weizen di Hollerbraü, la Double – in lattina – di Monastère, una problematica extra stout chiamata Trio, una Galath bionda doppio malto con nessuna altra indicazione e loro: due Atlas, nella versione quasi analcolica da 8,5% (Extra Strong) e quella da 12,5% (Super Strong) su cui al posto del muscoloso simbolo, forse, dovrebbe essere il pericolo di morte. Spesa totale, insieme a popcorn da microonde e tortillas insapore: 8,86€. Ci teniamo a precisare che solo la Galath e la Postina, la chiccheria di serata, è da 33 cl mentre le altre si snodano fra 50 e 66cl.

Come detto la nostra personale verticale di birra dell’In’s comincia dalla Dahlberg, una premium lager vista solo trasformata in aeroplanini e omini sulle spiagge della Puglia. Ci siamo sempre chiesti il segreto di quest’arte di manipolare l’alluminio, quali fossero gli strumenti che lo rendono così malleabile. In questo caso possiamo dire che proprio la birra serve per ammorbidirlo, grazie alle novità che introduce questa bevanda insapore in fatto di ph alieno al nostro corpo. Un brivido ci corre sulla schiena quando ci accorgiamo che sul tabellone di questo disperatopoli siamo arrivati all’ultima casella sicura e che i prossimi passi ci porteranno sulla via di un drammatico stordimento. Non posteggio ma Postina, un’IPA al prezzo di 1,49€ che, ci fanno notare dalla regia, rappresenta un esborso notevole se comparato alla media e, quanto meno, un obbligatorio indice minimo di bevibilità. Così non è. O, almeno, non lo è abbastanza, soprattutto vedendo a distanza la Hollerbraü che ci guarda e ci dice, con la sua grafica dai toni daltonici, SONO LA PROSSIMA. Tocca a lei. Alla sua schiuma densa che fuoriesce senza convinzione dalla lattina, poi il colore di un ambrato stinto, un lunghissimo assolo di violino che stride una volta bevuto.

ins birra hollerbrau

Ci facciamo abbindolare dalle etichette, come è già risultato chiaro più volte, ed è per questo che sulla Monastère riponiamo grandi aspettative. Questa Monastère è una Double con dichiaratissime vocazioni monastiche, riprese sulla lattina da stemmi, arazzi e via dicendo. La fanno in Olanda e, va beh, non ci siamo mai posti limiti, ma sono le indicazioni di abbinamento che ci stordiscono. La apriamo e una schiuma diffusa si impadronisce del bicchiere, mentre un ostentato odore smoked si diffonde nel raggio di uno o due centimetri. Poi arriva il dolce. Il problema di queste psycho-trappiste è che ogni volta che la butti giù ti sembra quasi buona e, nel giro di qualche secondo, ti ritrovi con la glicemia a più 5mila e una sete immonda. Ormai dispersi, e probabilmente alterati, è il momento della Trio, vincitrice del premio simpatia per la sua onestà grafica. Non serve apparire per dire quello che si è e, nel caso di questa Extra Stout, forse è meglio così. Come dice il buon Mino, il cui nome è stato nascosto per evidenti necessità di privacy, la Trio non è una birra che si beve, ma che si inala. Effettivamente il suo potere lisergico è affascinante e ha tutti i tratti della dipendenza. I danni della bevuta non sono quantificabili come il suo sapore mezzo palustre mezzo 404, Page not Found. Ci accingiamo ad attraversare le colonne d’Ercole, ai piedi del monte Fato. La BIRRA DOPPIO MALTO, così si chiama e così si presenta, è l’ultimo ostacolo prima della prova finale che ci dà il giusto colpo di grazia sulla via dello stordimento.

Atlas Iacta Birra In’s

Se dovessimo definire, tra tutta la birra dell’In’s, quella con un alone mistico, quasi un diavolo in lattina che ti spinge a osare di più in nome di un non ben specificato motivo superomistico, la scelta non può che essere legata alla Atlas. Tutto in questo birra è epico. I suoi gradi, unica vera indicazione perché – di stili – non ne vediamo, il muscoloso adone greco che regge il mondo, la sua concezione di grandezza. Extra, poi Super e, come scopriremo successivamente, Ultra (16%) e Mega (18%). Queste ultime due, con nostro sommo dispiacere, non sono reperibili legalmente. Tutta la linea della Atlas è un viaggio siderurgico ed eccitante, in cui il tuo corpo invece di parlarti urla, rassicurandoti quanto meno di essere ancora vivo.

La lingua è la prima a intorpidirsi e anche se sai che tutto è sbagliato ti viene da accogliere il 12 gradi che ti spedisce la testa in un homerun fra la folla inorridita e via via i rumori si attenuano e il calore ti pervade. L’Atlas raggiunge un limite soprannaturale oltre cui si hanno solo epifanie apocalittiche, le stesse che hanno ispirato questo, imperdibile, monologo:

 

Non fatelo.

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