In birreria con Alberto Angela: la vera storia dell’IPA

Spesso è difficile pensare che quando sei in birreria con gli amici a commentare l’ultimo post di Diletta Leotta stai facendo cultura, stai in un certo senso studiando la storia. Lo so, sembra incredibile ma è vero. È solo che nessuno te l’ha mai detto prima. E quindi la mia domanda è, cosa succederebbe se al tuo tavolo ci fosse anche Alberto Angela? Come racconterebbe la storia dell’IPA che stai bevendo?

Per festeggiare i 40 anni di Superquark abbiamo deciso di fare un’intervista immaginaria all’erede di Piero Angela, suo figlio Alberto, o meglio, Albeeerto.

Buongiorno Albeeerto. C’è una birra in particolare che da qualche anno scorre incessante dentro i nostri bicchieri: l’IPA. Ci puoi raccontare la sua storia?

La storia dell’IPA comincia da lontano, intorno a metà del 1700 a Londra. Ma partiamo con un po’ di nozioni di base: IPA sta per India Pale Ale, e fino a qui ci siamo un po’ tutti. Che sia una birra molto luppolata e più alcolica della Peroni, penso che per capirlo sia bastata la prima sera che vi siete spinti oltre la terza media. Ma una cosa che proprio non ho mai capito è per quale cavolo di motivo si chiamasse India Pale Ale. Perché chiamare in causa l’India? Per vendere più birre alle schiere di schiavi-dello-yoga-filo-newage-proto-buddisti-anti-imperialisti che ormai popolano le nostre città e che ovviamente odiano le multinazionali, il marketing, il capitalismo e tutto ciò che sia prodotto in massa e quindi anche le classiche birrette da pizza?

No.

 

Lo sappiamo, il vero Alberto Angela non darebbe mai dei giudizi così netti, ma a noi piace immaginarlo già alla terza media e con un tasso alcolemico di tutto rispetto, in una fase della sbronza in cui non riuscirebbe nemmeno a dire Superquark al contrario tre volte di fila.

 

L’Ipa è una birra caratterizzata da alti livelli di alcol e luppoli. Ma attorno al suo nome c’è un po’ di confusione e mistero. C’è chi pensa che sia una birra prodotta in India, oppure che i luppoli utilizzati siano di origine indiana. E niente di tutto questo è vero.

Il nome IPA deriva dalla grande popolarità che questo tipo di birra acquisì nell’India Britannica nel 1800. Divenne popolare grazie alla sua buona capacità conservazione durante i lunghi viaggi in mare e il suo carattere rinfrescante una volta arrivati a destinazione.

Chi fu l’inventore di questa birra?

Molti attribuiscono la paternità dell’IPA all’Hodgson’s brewery che fu inaugurato a Londra nel 1752, vicino al porto dedicato alla tratta commerciale con l’India. La vicinanza ai docks permise al mastro birraio di entrare in contatto con i capitani delle navi dirette in Asia e di iniziare a rifornirli con barili e barili di IPA. In realtà l’Hodgson’s brewery non ha del tutto inventato l’IPA, piuttosto è stato il primo a evolvere uno stile di birra già esistente, il Pale Ale, e la vicinanza al porto fece il resto. Agli equipaggi della Compagnia delle Indie orientali serviva una birra che potesse resistere per i lunghi giorni di navigazione senza rovinarsi, e allo stesso tempo qualcosa di forte, in grado di alleviare la nostalgia e far prendere coraggio alla ciurma davanti alla tempesta. Così, l’Hodgson’s brewery, trovò una soluzione: una nuova Pale Ale ancora più alcolica e luppolata, caratteristiche che sono rimaste pressoché invariate e, nel caso dell’interpretazione americana, addirittura accentuate.

Ora che il nostro bicchiere è quasi vuoto, ti volevo chiedere un’ultima cosa. Tu che sei l’Indiana Jones della birra, quale IPA ci consigli per fare un refill?

Se vuoi assaggiare dei classici britannici non posso non citare la Marston’s india Export e la Burton bridge Empire pale Ale, entrambe di Burton on Trent, la Cobbold IPA, la scozzese Deuchars IPA e la gallese brains IPA. Tra le numerossissime IPA americane, invece, per non sbagliare starei sulla Catamounth 10 IPA, la Magic Hat Blind Faith e la Dead Horse India Pale le di Mc Neill, tutte del Vermont, la Grant’s India Pale Ale di Yakima, la Bhagwan’s India Pale Ale della Big Time di Seattle e la BridgePort India Plae Ale di Portland.

E qualche IPA italiana?

Dopo anni di ricerche, 2.743 puntate di Superquark e studi sui manoscritti dei mastri birrai dello Stivale, ne ho trovate tre che sono dei veri e propri monumenti alcolici.

Birrificio Geco – Inoki

Caratterizzata dall’abbondante utilizzo di luppoli americani, agrumati e lievemente resinosi. Al naso è anche floreale e fruttata, ricorda frutti a pasta gialla come pesca e albicocca. In bocca è dapprima dolce e lievemente caramellata, infine decisamente amara e lunga.

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© Birrificio Geco

Birrificio Apuano – Cazzi Amari

Una promessa mantenuta! Gusto deciso e il boquet esplosivo. Una vera esplosione di luppoli, profumata, intensa, decisamente amara. O la ami o la odi, ma di certo con un nome così per lo meno ti sta simpatica.

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© Birrificio Apuano

Birrificio Marduk – Sardinian IPA

Una birra giovane e selvaggia che rispecchia il nostro antico carattere, di abili navigatori, che sanno remare a lungo per raggiungere i palati più esigenti che dimorano lontano. Birra ambrata scura ad alta fermentazione con abbondante luppolatura a freddo in dry hopping.

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© Marduk Brewery