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Chiara Rigione ©

Dentrorsa: il corto che racconta l’inclusione e il progetto sociale del birrificio Vecchia Orsa

C’è un modo di vedere e fare ogni cosa in maniera diversa. I progetti sociali sono, per definizione, percorsi che arricchiscono e raccontano che una visione alternativa, più sostenibile e attenta alle fragilità, è possibile. Proprio il lavoro, in questi casi, diventa uno strumento per ricalibrare la normalità e includere chi, per questioni sociali, di salute o di disabilità, ne rimane sempre ai margini. Realtà come il Birrificio Vecchia Orsa, a Bologna, il Birrificio Sociale Bagòlo nella provincia di Verona o il Birrificio Sociale Malnate di Varese che puntano sulla produzione di birra attraverso specifici progetti sociali sono la dimostrazione di un movimento più vivo, più sano, più equo che ricostruisce il significato più originale della birra come catalizzatore sociale fatto di rapporti e interazioni positive.

DentrOrsa, corto documentario realizzato da Chiara Rigione, va a scavare proprio in questa direzione, raccontando la quotidianità di Mimmo, uno dei ragazzi valorizzati e parte del birrificio sociale Vecchia Orsa fra birra, lavoro  e compiti in fase produttiva. Il birrificio bolognese, nato nel 2007 come progetto della cooperativa sociale Arca di Noè per l’inserimento lavorativo di persone con diverso tipo disabilità, ha da subito scelto una direzione ben precisa di non automatizzare il processo produttivo e di offrire a chi lavora l’opportunità di autodeterminarsi, apprendere e partecipare alla vita sociale dentro e fuori il birrificio, ricevendo premi sia per le loro produzioni sia per il modo in cui fanno azienda.

In DentrOrsa Chiara Rigione indaga proprio questi aspetti, andando a rappresentare una giornata tipo di Mimmo, che viene seguito nei suoi compiti quotidiani, documentandolo con rumori e immagini per trasmettere nella maniera più diretta e meno filtrata possibile cosa significa l’inclusione per Mimmo e per Vecchia Orsa:

Mimmo mi ha aperto un mondo, il suo mondo. Mentre lavorava, nei momenti meno intensi, mi raccontava tante cose. Della sua vita, di come era arrivato a lavorare al Vecchia Orsa nel 2007 e prima ancora delle asinelle di cui ancora si prende cura. “Mimmo, voglio conoscere le tue asinelle”.

 

 

A parlarci della nascita di DentrOrsa è proprio Chiara, regista campana capitata un po’ per caso sulle pianure bolognesi, e partita per realizzare il documentario con appena un mese di tempo: «DentrOrsa nasce grazie al progetto Fuori Campo, ideato da Arci Movie, UCCA e promosso da SIAE, che aveva l’obiettivo di realizzare una residenza artistica per sei giovani filmmaker, finalizzata al racconto, sotto forma di cortometraggi documentari, dell’esperienza di enti del terzo settore operanti tra Napoli e Bologna. Tra questi anche la cooperativa Arca di Noé con due suoi progetti. Ed ecco capitarmi, un po’ per caso, la storia del Birrificio Vecchia Orsa, che da campana (vivo ad Avellino) non conoscevo prima. Mi è arrivata tra le mani proprio come una pinta di birra offerta da un amico che non hai mai assaggiato prima e di cui poi ti innamori». Il processo di produzione, proprio per i tempi ridotti, è stato un ostacolo iniziale, come ci racconta, perché «avevo realizzato prima dei documentari da storie e luoghi che sentivo in qualche modo chiamarmi e che conoscevo bene, o che avevo avuto modo di approfondire in un tempo molto lungo, anche di un anno. In questo caso invece mi si presentava una vera e propria sfida: conoscere e raccontare una realtà totalmente nuova e lontana dal mio immaginario e dal mio mondo, nell’arco di un mese! La prima volta che sono entrata nel birrificio Vecchia Orsa ho sentito quasi una forza respingente. Eppure mi dicevo “ami la birra artigianale, questi profumi sono incantevoli, troverai una strada”. Ma per i miei gusti era tutto troppo nuovo, troppo ordinato, troppo perfetto. Io sono da sempre affascinata dal vintage, dal vissuto, dall’imperfezione, dalla storia. Non so come dire. Vecchia Orsa è un microbirrificio bellissimo, anche troppo! Mi chiedevo: “Come faccio a far uscire fuori l’anima da questi silos che appaiono così freddi?” Ero molto scoraggiata. Temevo che sarebbe potuto venire fuori solo uno spot pubblicitario o un documentario canonico, che era l’ultima cosa che avrei voluto realizzare. »

Tutto cambia grazie al rapporto con i ragazzi del birrificio, «La seconda volta però, oltre ai silos, ho conosciuto le persone. Ho incontrato Dario, Enrico, Luca, Valerio, Martino e Mimmo. Allora è stato amore a prima vista. All’improvviso tutta la freddezza delle macchine si è sciolta al sole e mi sono solo dovuta mettere in un angolo, in ascolto, in osservazione, per vedere cosa sarebbe accaduto. Sono entrata subito in empatia con il gruppo, specie con Mimmo che mi ha accolta come fossi una vecchia amica. Luca già dal secondo giorno mi aveva incluso stabilmente nel loro gruppo di lavoro. Ad un tratto mi pareva molto più semplice di quanto avessi immaginato all’inizio. Ma non avevo ancora una storia, non avevo un filo conduttore e non sapevo che stile avrebbe avuto il documentario. Io solo filmavo, ore e ore, durante la lavorazione, dalla cotta all’imbottigliamento all’etichettatura, fino alla spillatura per i clienti del brewpub, dalle prime luci del giorno fino al tramonto. Mi affascinava quel mondo, dal produttore al consumatore, 100% a chilometro zero. E intanto mi affezionavo a loro, al loro modo di lavorare, come una squadra intenta a portare a casa il risultato.»

 

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È in questo modo, forse seguendo anche la magia del cinema, che DentrOrsa sviluppa un suo particolare ritmo poetico, in cui i movimenti della produzione, accompagnati da queste luci naturali e dai rumori delle macchine e dei gesti, diventano una sorta di coreografia interna al birrificio Vecchia Orsa: «C’erano momenti in cui nessuno si accorgeva di me, ed era meglio così perché quando invece mi notavano qualcuno rischiava di far prevalere la vanità e finiva per distrarsi. L’idea che credo abbia dato una svolta allo stile del documentario sia stata proprio questa: rendere evidente questo senso coreografico che mi aveva incantato durante la produzione della birra. Perciò ho consegnato al mio fidato musicista Mario Lino Stancati i rumori che avevo registrato e lui ne ha per magia realizzato dei pezzi musicali. Avevo i miei brani su cui poter montare i momenti di produzione della birra. Era la parte divertente, quasi ludica, che considero spesso indispensabile in un documentario, soprattutto quando si affrontano tematiche sociali più impegnative. Avevo trovato il ritmo e il dinamismo del film. Ma mancava ancora un ultimo passo: raccontare l’umanità al suo interno».

È qui che entra in scena Mimmo, narratore perfetto nell’illustrare ciò che sa fare meglio, accompagnando lo sguardo di Chiara e dell’osservatore lungo la catena, dal compito più apparentemente umile a quello più preciso e accurato, riempiendolo con un particolare stile che dà forza a DentrOrsa e rappresenta appieno le idee del Birrificio Sociale: «Mimmo mi ha aperto un mondo, il suo mondo. Mentre lavorava, nei momenti meno intensi, mi raccontava tante cose. Della sua vita, di come era arrivato a lavorare al birrificio Vecchia Orsa nel 2007 e prima ancora delle asinelle di cui ancora si prende cura. “Mimmo, voglio conoscere le tue asinelle”, gli ho detto- Forse è stata quella la vera svolta del mio documentario. Quando me le ha presentate, ciascuna con il suo nome, è stata un’epifania. Mimmo con loro era completamente a suo agio, rilassato e affettuosissimo. Dovevo mettere nel mio documentario anche questo, l’aspetto favolistico che andava ad aprire e chiudere, insieme agli animali che affrescano la piazza di San Giovanni in Persiceto, questo mondo magnifico di possibilità che enti come Arca di Noé e Vecchia Orsa costruiscono. Delle asine Mimmo si prende cura con una passione e una dedizione uniche, facendo qualcosa che in un certo qual modo sa fare solo lui. Così come nel birrificio, alcune mansioni sono specifiche di Mimmo, altre di Valerio, altre ancora di Luca. Essere unici nel proprio campo ci fa sentire importanti ed indispensabili, questo accade a tutti noi. Perciò penso sia oltremodo indispensabile nei casi in cui il lavoro possa evidenziare le abilità uniche delle persone con disabilità. Lo sguardo fiero di Mimmo sul finale penso che a tal proposito la dica lunga.»

È proprio sul finale, sul primo piano di Mimmo, che si raccoglie e si chiude la poesia di DentrOrsa, e del valore dei progetti sociali:

Mimmo tu avrai un gran futuro

e il futuro era lavorare.

Con queste poche parole, forse semplici ma profonde, Mimmo rappresenta questo panorama, l’immagine di come il progresso non passi solo dalla cura, ma dal far sentire e rendere parte attiva le persone, con ognuna delle proprie caratteristiche. Ricchezze, non diversità: «Nel caso di DentrOrsa, come già spiegavo prima, il mio processo osservativo e creativo mi ha portato a guardare da diverse angolazioni la tematica della disabilità e mi ha posto dinanzi a diverse riflessioni. Nel caso di chi dirige un film c’è sempre un interrogarsi continuo sull’etica di ciò che si sta mostrando. Io spero di essere riuscita a mantenere fede alla realtà, ovviamente filtrata dai miei occhi, privando il mio racconto di moralismo e buonismo. In questo caso penso sia stata fondamentale la scelta di eliminare molti dialoghi e interviste che nella fase di montaggio finale apparivano superflue, didascaliche. Gli sguardi e le poche parole che vengono fuori penso che restituiscano al meglio le personalità dei protagonisti e del luogo che ho raccontato».

 

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DentrOrsa è un cortometraggio realizzato da Chiara Rigione nell’ambito del progetto Fuori Campo – Filmmaker per il sociale, promosso da Arci Movie Napoli e SMK Factory.

Tutte le foto sono di Chiara Rigione mentre la locandina è stata realizzata da Arianna Lerussi.

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