sessismo birra americana
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Il mondo della birra americana sta facendo i conti con i suoi problemi di maschilismo

Dopo anni fatti di lotte contro un nemico comune chiamato birrifici industriali, lottando per essere riconosciuti come una realtà più che viva e con tutte le intenzioni di sovvertire la storia, il mondo della birra artigianale americana si ritrova coinvolto in una battaglia ancora più dura e fondamentale, che come nel caso delle Beer Wars degli anni duemila sarà determinante per il suo futuro. La causa scatenante è stata una storia Instagram in cui Brienne Allen, production manager di Notch Brewing, birrificio indipendente originario di Salem e fra le fondatrici dell’associazione femminile Pink Boots di Boston, in cui chiedeva ai suoi follower (allora poco più di duemila) se avessero ricevuto anche loro episodi di chiara discriminazione di genere. Come racconta a VinePair, l’11 maggio Allen si trovava a Boston per seguire i lavori di costruzione del nuovo centro di produzione quando per ben due volte si è trovata costretta a identificarsi come responsabile per essere presa in considerazione dai lavoratori.

Had other people in the brewing industry experienced sexism?

L’effetto dirompente che ha avuto, ricevendo centinaia di risposte postate su @ratmagnet, ha fatto esplodere letteralmente il discorso attorno al problema del sessismo e della discriminazione nel mondo della birra americana. L’inclusività è una tematica centrale da tempo all’interno di associazioni come le Pink Boots e delle reti di sostegno e dei birrifici guidati da minoranze e la stessa Brewing Association in questi anni ha moltiplicato iniziative di inclusività e promuovendo l’inserimento nelle aziende e, nella stessa direzione, hanno cominciato a spingere birrifici e giornali del settore con iniziative e sensibilizzazione sempre più indirizzate verso l’inclusività. Quella delle ultime settimane si tratta però della più grande esplosione di testimonianze su discriminazioni e sessismo mai affrontata dal mondo della birra americana che, per la prima volta, si ritrova a fare i conti con un fenomeno di molestie e discriminazione in tutti i suoi settori  dalla produzione al servizio nei bar e nelle taproom, dai media ai rapporti con i distributori e con i clienti.

Queste accuse hanno puntato il dito soprattutto verso alcuni dei volti noti nel mondo Usa come Shaun Hill, fondatore e mastro birraio di Hill Farmstead, Jean Broillet, co-founder di Tired Hands Brewing,  Jacob McKean di Modern Times Beer e alcune personalità di spicco fra Lord Hobo Brewing Company, Union Beer Distributors, BrewDog e altri, cominciando già a segnare una corsa ai riparti da parte dei birrifici coinvolti. Broillet è stato allontanato mentre McKean ha annunciato le proprie dimissioni da Modern Times Beer:

I am stepping down from my role as CEO, and we will begin a formal search for new company leadership. In order to navigate us out of this extremely difficult moment, we need leadership with the skill and experience to handle it effectively. It’s time for a change.

Può sembrare strano, e forse tendenzialmente sbagliato, che tutto sia avvenuto via social media, senza  che ci fosse una verifica accurata delle accuse e degli accusatori. La calma è importante, soprattutto ai cambiamenti di un certo tipo, ma l”esperienza ci insegna che ridimensionare il problema del maschilismo è uno dei problemi del maschilismo stesso, uno degli ostacoli che finisce per sminuire il problema e lasciarlo a sgonfiarsi da solo senza che venga un effettivo cambiamento. Certe volte, semplicemente, è necessario uno shock. Si tratta di un paradosso in cui è facile cadere, soprattutto quando si tratta della tribuna popolare gestita dai social, strumenti spesso senza controllo su cui – sempre più spesso – è difficile fare affidamento.

È forse troppo facile però limitare la discussione all’utilizzo dei mezzi sbagliati. Questo perché il fermento nato su Instagram si è evoluto in un primo e vero motivo di discussione con un numero sempre maggiori di esponenti a esporsi in prima persona e a dichiarare chiaro e tondo che no, non si tratta di una caccia alle streghe fine a se stessa e che, nonostante le possibili differenze fra la gravità delle denunce, questo tema è più diffuso e doloroso di quanto si pensi. È proprio qui che il mondo della birra si è mostrata nella sua fragilità e nella facilità con cui rapporti da esclusivo boys club si siano col tempo insediati nelle abitudini, sottostimandone invece la reale portata.

Parliamo sempre di come la birra sia un incredibile collante sociale, della sua capacità di creare rapporti, che sia solo uno dei partecipanti indiretti quando ci accompagna, sia che ne sia al centro, come discussione fondamentale e ragionamento sui suoi termini estetici, gustativi e sperimentali. Ecco. I rapporti. Uno dei problemi più gravi, e più sottovalutati, soprattutto da parte dell’universo maschile (di cui, inevitabilmente, anche chi scrive fa parte) è quello di sottodimensionare questo tipo di problematiche. È un errore pensare che certi comportamenti possano essere accettati, che la poca presenza femminile sia determinata solo da motivi storici e non da altro. Non è più una questione delegabile alle scelte personali, soprattutto quando ci si rivolge a un determinato mondo che si vanta del suo profondo valore di comunità, che il comportamento del singolo non vada gestito in maniera diversa, o che – a un certo punto – questi discorsi non vadano affrontati seriamente. Ne siamo certi e non abbiamo paura a dirlo. Non c’è parità di genere senza parità di salario, non c’è parità se le possibilità di accedere a determinati ruoli sono riservate a un solo genere di persona perché si usa così o perché è più facile che sia un uomo a occuparsi di birra. Sono tematiche fondamentali che per affermarsi, però, si basano soprattutto sul rispetto. Denunciare episodi di sessismo e discriminazione e spendersi perché queste cose non accadano è una parte fondamentale in questo processo. Parliamo sempre di cultura birraia ma, forse, non ci chiediamo abbastanza come questa dovrebbe essere, come renderla più accessibile ed equa da parte di tutti.

Noi la vorremmo inclusiva, che la parte migliore non sia necessariamente solo il gusto ma anche il modo in cui tutto avviene e in cui tutti possono sentirsi a proprio agio. Una rivoluzione del bicchiere vera, per tutti, che sappia darsi degli obiettivi come quello della parità e della non discriminazione. Estirpare il mondo del maschilismo e delle discriminazioni non è un punto di riflessione che riguarda solo gli Stati Uniti ma tutti noi.

Alcuni articoli che dovreste leggere:

https://www.goodbeerhunting.com/blog/2018/1/2/i-know-what-boyz-like-a-grassroots-industry-struggles-to-find-leadership-on-social-issues

https://www.goodbeerhunting.com/blog/2018/1/17/from-both-sides-a-transgender-experience-in-the-beer-industry

https://vinepair.com/articles/sexism-assault-beer-industry-ratmagnet/

https://www.goodbeerhunting.com/sightlines/2021/5/18/beer-industry-allegations-legal-vulnerability

https://theconversation.com/beer-has-a-sexism-problem-and-it-goes-much-deeper-than-chauvinistic-marketing-122096

https://www.independent.co.uk/life-style/food-and-drink/beer-sexism-marketing-brewers-women-camra-a9081521.html

 

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