birrificio lambrate monarca di lambrate
Lorenzo Pasquinelli x Beeer Mag 2021 ©

Giampaolo Sangiorgi, 25 anni da Monarca di Lambrate

La storia del Birrificio Lambrate si lega in maniera imprescindibile a quella della nascita della birra artigianale italiana. Era il 1996 quando Giampaolo e Davide Sangiorgi fondano insieme a Fabio Brocca il birrificio, diventando fra i pionieri della rivoluzione artigianale insieme a Baladin e Birrificio Italiano. Quella di Lambrate è una storia tutta particolare, dai tratti sinceri e poco incline ai compromessi, scritta sui banconi dei suoi brewpub, fra le spine e i bicchieri, che hanno raccontato – e raccontano – la storia del quartiere di Lambrate e di una Milano diversa, con un’identità chiara e forte.

Giampaolo Sangiorgi è per tutti il Monarca di Lambrate, una figura mitica e uno dei personaggi più rappresentativi del panorama artigianale. Che sia dall’altra parte del bancone o al tuo fianco per bere una birra sai che finirà male e che le bevute attorno a te saranno probabilmente multipli di dieci. I racconti di Giampa sono soprattutto la rappresentazione di un’avventura fra amici che, col passare del tempo, alimentandosi con la passione e le sperimentazioni, è diventata molto più di un lavoro.

Stiamo parlando dell’anno zero, del 1996, quando trovare una birra artigianale significava tendenzialmente uscire dal paese, in cui mancavano strumenti per produrre e le materie prime per farlo. Giampa, Danko e Fabio hanno meno di 25 anni e si chiedono cosa fare, quando fra le mani di Sangiorgi Senior, professore universitario di agraria, arriva un volantino di un’azienda bavarese che produce impianti per microbirrifici. Da quel momento capiscono che aprire un pub non è più abbastanza e si mettono in moto per cercare di creare quello che serve per partire con le produzioni. Partono prestiti, ricerche e la fatidica e leggendaria visita all’USL milanese («Abbiamo dovuto chiedere a nostro padre di andare a parlare con gli uffici perché quando ci andammo la prima volta pensavano scherzassimo»), per avere i permessi necessari e cominciare la loro storia.

Quando siamo partiti Milano era una piazza già pronta per la rivoluzione artigianale, già al tempo si trovavano in giro alcune birre un po’ più di nicchia. Poi sono arrivati gli Irish pub che si sono diffusi e hanno portato prodotti nuovi, ancora abbastanza industriali, certo, ma con qualcosa di diverso. Quando abbiamo scoperto di poter produrre noi la nostra birra ci siamo resi conto sin da subito di fare qualcosa di rivoluzionario, almeno per il nostro locale. Pensavamo di fare la birra per noi e per qualche cliente poi le cose sono andate in maniera diversa.

Con un primo impianto da 150 litri per doppia cotta i ragazzi del futuro Birrificio Lambrate cominciano un giro denso di tour degustativi e di formazioni fra paesi del nord e fiere di settore, per imparare e ricercare le materie prime tutt’altro che disponibili all’epoca. Partono i primi esperimenti e già dalle prime degustazioni a porte chiuse, immaginiamo a un tasso alcolico devastante, si accorgono di avere un impianto troppo piccolo. Questo risulta ancora più evidente il 5 aprile 1997, la data storica di apertura del locale di Via Adelchi. Alle spine ci sono le prime Montestella e Porpora, fuori dal locale un fiume infinito di persone, fra lambratesi e studenti. Il vicinato spaventato per l’ammasso di gente chiama direttamente la polizia. La birra finisce in fretta e tre mesi dopo arriva il nuovo impianto da 500 litri per cotta: «I primi tre mesi di lavoro sono stati divertentissimi. Aprivamo alle otto di sera centellinando le birre per averle anche il giorno dopo.  Così alle dieci e mezza erano già finite. Tiravamo giù le serrande e andavamo a bere negli altri posti perché noi non avevamo più nulla».

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Courtesy of Birrificio Lambrate

Non ci sono solo le difficoltà di un mercato tutto da creare ma anche una cultura stessa da impiantare nelle persone, educarle a una bevuta completamente differente rispetto alla norma: «Il problema non era soltanto la competizione con le birre industriali. Le persone erano incuriosite da questa novità, paradossalmente era più difficile a quei tempi sentirsi chiedere un marchio industriale rispetto agli anni seguenti perché venivano incuriositi e ci chiedevano cosa fosse questa birra artigianale fatta in Italia. A quei tempi, addirittura, se la birra non era torbida la gente non la voleva, perché era una sorta di marchio per l’artigianalità. Erano tutti abituati a vedere i colori brillanti industriali che, inevitabilmente, li rendeva scettici nel vedere un prodotto come il nostro».  Piano piano le persone cominciano a entrare nell’ottica della birra artigianale, seguendo il verbo lambratese e trasformandolo in un punto di riferimento per il quartiere e per tutta la città di Milano.

La leggenda del Monarca del Birrificio di Lambrate nasce per gioco, come risposta a Max, compagno dell’Adelchi di sempre, definito da tutti il Principe: «Nasce per gioco dietro al bancone. Siamo tutti molto competitivi e io e Max una volta eravamo lì e gli ho detto ah, quindi tu sei il principe di Lambrate, bene, da oggi io sono il Monarca. Così è partita, un po’ per ridere, poi è andata avanti ed è diventata qualcosa di più e ci ha portato fino a qui».

Dicevamo di Lambrate. Il Monarca e i ragazzi del birrificio hanno creato una narrazione alternativa allo sviluppo del quartiere, diventando un punto nevralgico nel suo ecosistema e riuscendo a dargli una costellazione intera in fatto di sapori. Il quartiere è il punto di partenza e di arrivo, a cui il Birrificio di Lambrate  si ispira e resetituisce quel senso di appartenenza ricambiando l’affetto attraverso i suoi nomi e i suoi progetti.

Per noi il quartiere era ed è basilare. Il quartiere erano sia i lambratesi, che ci hanno sempre supportato, sia i ragazzi che da tutta Italia arrivavano a Milano per studiare e si approcciavano per la prima volta con l’Adelchi e le nostre birre. È stato un rapporto di crescita reciproco, sia per le persone che scoprivano la birra artigianale, sia per noi che grazie a loro ricevevamo un feedback diretto sulle nostre produzioni. Chi sta dietro al bancone fa la cultura del locale. Siamo partiti come una banda di casinisti e non siamo mai cambiati e questo era quello che volevamo trasmettere anche ai nostri clienti con le nostre birre.

Il successo del Birrificio Lambrate, il fatto che sia fra i birrifici di punta e con più riconoscimenti, proviene da un lavoro che non si è mai fermato. Questo per Giampa, Danko e Fabio (a cui si aggiungeranno Alessandra e Paolo), significa ricercare, innovare, cambiare. Passare dalle 0.75 alle 0.66, dal vetro alle lattine stravolgendo il mercato e anticipando quello che conosciamo oggi. Significa, anche, scoprire i luppoli in una fiera in cui gli americani portavano delle birre super floreali ancora sconosciute in un paese profondamente Belgio-oriented, prendere il camion e andare fino in Germania per recuperare malti con cui creare le kolsch, dare nomi e grafiche inedite e credere in una filosofia forte e sincera: «25 anni fa era tutto molto sul stiamo a vedere. Quando abbiamo aperto il sogno di avere un impianto di un certo tipo ce l’avevamo ma per farlo diventare realtà abbiamo lavorato senza sosta, ogni giorno, quindi chiudersi e lavorare senza perdere di vista locale e qualità del prodotto. Innovare e lanciarci, anche al buio, in quello in cui crediamo».

In pochi anni il Birrificio Lambrate ha moltiplicato gli spazi e gli impianti arrivando a 40hl in un capannone ancora nel quartiere lambratese, non distante dall’Adelchi dove è iniziato tutto. Produzioni fisse, stagionali, collaborazioni e veri botti come quello dell’American Magut, a cui il Monarca è strettamente legato e che non fa mai mancare quando torna nella sua personale riserva.

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Beeer Mag ©

25 anni sono quasi una vita intera e a Giampa che ha visto tutto, partendo da un piccolo quartiere di Milano fino all’esplosione artigianale, chiediamo cosa manca a questo settore per fare il definitivo salto: «Siamo un paese di non bevitori di birra, dobbiamo lavorarci parecchio e la strada è ancora lunga. Rispetto agli altri paese siamo ancora qualche anno indietro e esperienze come BrewDog sono ancora lontane da accade in Italia. Abbiamo fatto tanto, dobbiamo pazientare e continuare a puntare sulla qualità». Il rischio connaturato a ogni rivoluzione è anche il rischio di perdersi per strada, ma per il Monarca di Lambrate la necessità è la coerenza e il lavoro di gruppo, un’idea che lo ha portato anche a fondare insieme ad altri Unionbirrai sulla direzione già scritta dagli Stati Uniti: «In tanti hanno seguito questa strada per fare business. Finché ci saranno realtà come il Birrificio Lambrate, Menaresta, Italiano, Crak e via via tutti quelli che difendono la produzione artigianale non c’è la possibilità che perderemo gli obiettivi e l’idea da cui siamo nati. Finché ci sarà la passione, la voglia, la volontà di proporre le proprie birre il movimento continuerà a crescere. In Italia la GDO non è, forse, ancora pronta per la birra artigianale, non crede ancora come negli USA in questo mercato, consentendo allo sviluppo costante del settore artigianale. Dovremo rimanere uniti, continuare a far scoprire la cultura artigianale e far sentire la nostra grande potenzialità».

Giampa è chiaro e cristallino. La birra è buona e va bevuta, oltre le ricerche di gusto e di produzione, il fattore fondamentale rimane quello di renderla un prodotto popolare, non solo nella diffusione ma nella sua capacità di creare storie di persone, di essere la base per il loro incontro e di renderle tendenzialmente mitiche. Un po’ come quella volta di Giampa al festival di Anversa:

Fra tutte le storie quella della ventiquattr’ore di Anversa forse potrebbe essere la più iconica in cui abbiamo dato sfoggio della filosofia Lambratese doc. Un giorno mi sono presentato al festival con un mal di testa atomico e tutte le persone hanno cominciato a salutarmi ma io non ricordavo nulla pure la band del festival comincia a farmi le feste, parlandomi in fiammingo senza che io capissi. A un certo punto chiedo ai ragazzi cosa stava succedendo e mi rispondono ma non ti ricordi di ieri sera? E io, no, poi vado a scoprire che per tutta la sera avevo costretto le persone a cantare, costringendo la band a fare canzoni italiane e da lì tutti hanno cominciato a salutarmi e a chiedermi come stavo. Quando riesci ad abbinare il divertimento al lavoro hai vinto.

 

L’immagine di copertina è stata realizzata da Lorenzo Pasquinelli

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