Con la Brexit importare birra dall’UK sta diventando sempre più difficile

Moltiplicazione di carte, burocrazia insuperabile, trasporti impossibili. Il futuro della birra britannica con la Brexit entra in una fase complessa, per non dire drammatica, con inevitabili ripercussioni non solo sui birrifici indipendenti ma sull’intera cultura della birra di stampo UK anche nel nostro paese. Il rischio non riguarda solamente l’inevitabile aumento dei prezzi, stimato al momento (al ribasso) a una maggiorazione tra il 7 e 10% sul costo finale e, quindi, sui bevitori, ma di un mondo intero fatto di collaborazioni, influenze e commistioni che rischia se non di sparire, di perdere gran parte della propria forza.

Nonostante il processo di uscita sia in atto dal 2016, l’accordo commerciale fra UK e UE è stato ratificato solamente sul finire del 2020, con un sospiro di sollievo che si è rivelato essere di breve durata per l’industria della birra britannica. Con il nuovo anno, infatti, i problemi di logistica ed esportazione si sono moltiplicati rapidamente, mettendo a rischio collaborazioni con gli importatori che duravano da decenni. Il colpo, come è facile prevedere, ha colpito soprattutto le realtà più piccole e indipendenti, meno in grado di sobbarcarsi i costi di esportazione e impossibilitate a delocalizzare la produzione nel continente come già fatto parzialmente da BrewDog con l’acquisto del centro di produzione di Berlino. Proprio per questi motivi grandi società e realtà di distribuzione, anche italiane, si sono ritrovate con ritardi, impossibilità di ritiro e costi logistici imprevisti e tempi di attesa lunghissimi.

Il problema logistico

 

Il nodo centrale riguarda la conseguenza più diretta della Brexit e, cioè, la trasformazione della Gran Bretagna in un paese considerato extra-UE. La birra britannica ha, quindi, perso i vantaggi dei precedenti trattati sul libero circolazione delle merci, diventando di fatto una birra di importazione che viene trattata al pari di prodotti che arrivano dagli Stati Uniti o dall’Asia. Come ci raccontano Angelo e Yuri di Eurosaga, che da tre generazioni importa birra artigianale da tutto il mondo, le problematiche maggiori hanno a che fare con la burocrazia e le regole su alimenti e bevande non comunitarie, prima non necessarie. Parliamo, quindi, di un’esplosione dei costi, che partono dalle certificazioni sanitarie all’adattamento delle etichette che si devono conformare alle regole europee e, quindi, dichiarare ingredienti, provenienza, conformità che aumentano le spese, a cui vanno aggiunte quelle legate alle dogana che riguardano smistamento, recupero e al trasporto. Ogni voce diventa una spesa in più limitando o rendendo non affrontabile per via delle spese l’arrivo di birre speciali, stagionali e su prenotazione che, prima, venivano ordinate in numero ridotto.

«Lavorare con i piccoli birrifici», ci raccontano, «comincerà a diventare un problema a livello di costi, per limitare le spese di importazioni ci costringerà a importare un numero maggiore dello stesso prodotto rinunciando ad altre. A questo vanno aggiunti alcuni problemi logistici con l’Inghilterra che prevede un numero massimo giornaliero di merci contrassegnate come T1 [il documento informatico emesso da una dogana e destinato a un’altra, NdR], quando il numero viene raggiunto la dogana chiude. Questo significa una fila di camion in attesa da giorni e giorni in attesa di poter essere ammessi,  con un aumento di costi di trasporto e il rischio che si rovini la merce».

 Abbiamo alcuni bancali in Scozia fermi da settimane in attesa dei permessi e delle etichette, questo problema diventerà sempre più grave col passare del tempo e per il mondo della birra britannico avrà conseguenze molto gravi.

Problematiche simili ci vengono raccontate anche da Ales & Co., che sottolinea come «l’aumento della burocrazia e controlli in fase di import che hanno effetto diretto sia sugli oneri di importazione che sui costi della logistica. Si tratta di costi che ricadono sia sull’importatore che sul produttore e che inevitabilmente andranno a pesare maggiormente sui piccoli produttori i cui volumi di export sono più contenuti. La conseguenza diretta è il rischio che, nel tempo, i birrifici più piccoli arrivino con minor frequenza in Italia». Un problema maggiore che si avverte anche, e soprattutto, al sud del nostro paese dove, come ci racconta Ambrogio di Beersky già è difficile per questioni logistiche far arrivare e circolare un certo tipo di prodotti.

L’aumento dei costi e le conseguenze della Brexit non riguardano solo il prodotto finito, e quindi la birra, ma tutto il comparto delle materie prime e degli ingredienti sia in termini di import che di export, causando prevedibili danni a tutti i settori coinvolti e segnando – di fatto – la fine di un periodo di sperimentazione e scambio che ha permesso a questo mondo di trasformarsi e rinnovarsi continuamente.

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ORA Brewing, dal sogno italoinglese alla birra ai tempi della Brexit

Dieci anni fa, Daniele, Pietro ed Emanuele iniziano a fare birra artigianale a Modena nel loro garage, usando l’attrezzatura fornita da un amico. I primi apprezzamenti e i primi successi li convincono a investire nella loro passione e a fondare nel 2016 ORA Brewing. Scelgono poi di fare un passo ulteriore e di salutare l’Italia per produrre la loro birra in Inghilterra, nel quartiere di Tottenham, a nord di Londra, cominciando a esportare in UK e fornire più di 30 fra negozi, pub e ristoranti della capitale inglese. Il loro legame con il nostro paese, unito allo stile britannico, è da sempre una costante che si rivela negli ingredienti, nelle collaborazioni con i produttori di materie prime e i birrifici italiani e nella loro filosofia. Questa sfida che ha già dovuto affrontare una pandemia ora, con la Brexit, ha un problema in più.

Ne abbiamo parlato con Daniele, che ribadisce il profondo legame con l’Italia, la volontà di andare avanti e trovare soluzioni nell’immediato: «L’Italia rimane casa nostra, quindi abbiamo cercato di mantenere i rapporti con i nostri clienti e i birrifici amici. Purtroppo però la Brexit ci ha dato una mazzata non da poco. Vendere in Europa equivale a esportare negli USA o in Cina e, quindi, c’è un surplus di regole amministrative e costi che abbiamo dovuto studiare e assorbire. In sostanza vendere a consumatori finali e bar diventa più costoso del 25-30%. Abbiamo passato giornate tra Natale e Capodanno a studiarci il documento del Free Trade Agreement tra UK ed EU e, dopo avere capito la normativa, abbiamo iniziato a lavorare con un distributore lombardo di nome Brasserie Indipendante (che importa anche Other Half, Trillium, Bruery). Con loro facciamo un carico mensile e portiamo insieme alle nostre altre birre inglesi sul territorio italiano come Unbarred, Signature, Hackney Brewery. Nonostante le mille difficoltà legate alla Brexit siamo riusciti a instaurare un bel flusso di export che sta aiutando noi e altri birrifici amici inglesi per entrare in un mercato nuovo».

Come detto la produzione di ORA Brewing ha profonde radici italiane, parliamo della Limoncello IPA, fatta con i Limoni di Sorrento IGP, e della Balsamic, la milk stout che ottengono attraverso la fermentazione in botti di aceto modenese IGP. Inevitabile quindi che le conseguenze, come detto, si siano riversate anche sul lato produttivo e sulle materie prime: «Tutto sta diventando più complicato. Trovare keykeg e scatoloni, luppoli, pezzi di ricambio, ma credo sia anche una questione di tempo. Le aziende stanno lentamente adattandosi al nuovo flusso, e ci vorrà qualche mese per tornare a pieno regime o, almeno, speriamo».

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Photo by Dustin Belt on Unsplash

Un sogno chiamato UK

Quando si fanno analisi di tipo economico-politico il rischio è di perdere di vista il centro del discorso, quello fatto di sentimenti, di bevute al bancone e corse in taxi per non rischiare che il tuo albergo su Camdem ti chiuda fuori perché fai tardi per il terzo giorno di seguito. Ed è probabilmente questo l’aspetto più importante. Il futuro della birra britannica, con l’arrivo della Brexit, non avrà solo conseguenze sul mercato, sia che si tratti di import che di export e di questioni monetarie, ma avrà un inevitabile effetto domino anche sulla circolazione della cultura e, così, sulle influenze più dirette fra il continente e quell’isola a cui più si guardava per l’inestimabile capacità di avvicinare una ferrea tradizione all’avanguardia più magica.

Se non verrà aggiunto un accordo, e in questo paese difficilmente la birra viene presa in considerazione in questi termini – Covid dixit -, sarà sempre più difficile, e costoso, quindi seguire nuove direzioni, scoprire tradizioni e nutrire la macchina che ci permette di sperimentare e rinnovare il mondo della birra. Si tratta di una perdita dolorosa, in qualsiasi direzione la si guardi, e che – oltre la birra – fa venire meno quel senso di comunità a cui eravamo abituati e che dovremo ricostruire una pinta alla volta. Che sia un inno, o una marcia funebre, il senso è sempre lo stesso:

Dio salvi pure la regina, alla birra ci pensiamo noi.

L’mmagine di copertina è a cura di Lorenzo Pasquinelli, tutti i diritti riservati.