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Le nuove etichette di Anchor Brewing stanno diventando un caso negli USA

Prima di essere acquistato da Sapporo nel 2017 per 85 milioni di dollari, Anchor Brewing è stato fra i birrifici artigianali più antichi negli Stati Uniti. Fondato nel 1871 dall’immigrato tedesco Gottlieb Brekle in piena epoca della corsa all’oro californiano, Anchor Brewing è diventato un vero e proprio simbolo della scena craft di San Francisco e di tutti gli Stati Uniti. Un po’ alla De Dolle, anche la Winter Ale di Anchor Brewing è una specie di totem sacro ed è considerata la prima, e più iconica, birra natalizia degli Stati Uniti, introdotta a partire dal ’75, quando ancora era poco diffusa. In questo modo, insieme alle sue storiche Steam Beer, Liberty Ale, California Lager e Porter , Anchor Brewing è entrato nella tradizione americana come un hot dog per i newyorchesi, con seguaci e credenti di tutto il mondo.

Per il suo 125esimo anniversario il birrificio ha deciso di dare un nuovo impulso alla propria storia rivoluzionando il brand. Non più quindi etichette old school, con una patina quasi mitologica, ma un passaggio drastico a un look minimale in cui persistono solo pochi elementi della loro storia. I commenti, come sempre non hanno tardato ad arrivare.

La scelta di entrare in una fase nuova da parte di Anchor non è stata presa bene dagli afìcionados più tradizionalisti che hanno inondato le pagine dei social del birrificio con critiche pesantissime e sono state riprese dai giornali di tutti gli Stati Uniti. C’è chi minaccia un addio, chi si appella al quinto emendamento, fino alla creazione di una petizione e un gruppo ai limiti del QAnon per riavere indietro le vecchie etichette. Secondo Peter Hartlaub del Chronicle la scelta di Anchor è fra i rebranding peggiori della storia, salvandosi dal titolo assoluto solo grazie alle terribili scelte fatta dalla squadra di football (costretta poi a ritornare indietro e cancellare il nuovo stile).

Anchor, subissata da tweet e dure critiche che li accusano di aver scelto dei colori stile Ikea o da detersivo, ammiccando a una fascia inesistente di consumatori fluo e millennials ddh dipendenti, è stata costretta a difendere la propria scelta più volte, facendo riferimento alla drastica situazione del più classico dei vivere o morire: «After years of struggling to turn the tide, we were faced with a very challenging decision: make a bold stand to preserve our recipes and legacy or allow Anchor to be forgotten. Our history is our foundation, but it will be lost if no one sees us. We don’t expect to change everyone’s mind, but we hope this helps you better understand why we are forging ahead in this direction: to keep going».

Sulle pagine del San Francisco Chronicle, fra i maggiori quotidiani della California, anche Jim Stitt, il grafico che ha disegnato la classica linea di Anchor negli anni ’70, ha dichiarato di comprendere la scelta ma di preferire quelle del passato, realizzate in un’epoca precomputer e, quindi, differenti, artigianali e più in linea con quel momento.

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