beer shop italia il pretesto bologna
Beeer Mag. 2022 ©

Di qua dallo scaffale, storia dei beer shop in Italia e di come hanno cambiato il concetto di bottega grazie alla birra

A guardarli bene i beer shop non si sono mai allontanati dal concetto più essenziale di bottega old school, configurandosi sin da subito come piccoli esercizi commerciali al dettaglio che animano la via del quartiere con i loro prodotti, in cui è un piacere vagare tra gli scaffali, osservare i frigo e studiare le etichette, andare diretti verso la propria scelta o farsi guidare da bottegaie e bottegai nella scoperta e, plus sociale, fermarsi pure a bere direttamente lì, riempiendo la strada e poi tornare a casa con la borsa piena. Quasi subito, però, i beer shop sono riusciti a emanciparsi dal modello classico e sacrale in stile enoteca, pur nello stupore di un popolo di wine born killers, diventando rifugio, scuola, mecca per assetati, collezionisti e, inutile girarci intorno, casa per quella pandemia di hipsterismo collettivo a cavallo della seconda metà degli anni ’10.

Come i pub, però, anche i beer shop sono stati la prima linea nella crescita artigianale, diffondendone la cultura e vivendo in maniera attiva e diretta i cambiamenti dettati dalle mode, i gusti e le proposte dei birrifici, godendo negli ultimi vent’anni di un filo diretto con i bevitori. In alcuni casi i beer shop hanno portato fermento dove prima non c’era o si sono trasformati in punti di riferimento per il quartiere, hanno mescolato esperienze e aiutato a tracciare nuove direzioni, vissuto epoche d’oro e cominciato, negli ultimi anni, una sorta di ibridazione con i pub dotandosi di spine o proposte di ristorazione, modificando la propria natura e perdendo in parte, anche per via di una tassazione differente, il proprio lato di bottega. Per tutti questi motivi è interessante ricostruire la loro storia, dagli anni zero a oggi, vivendone l’importanza, la ricerca e le evoluzioni che hanno attraversato.

Volevamo offrire un servizio nuovo e completo: proporre in vendita al dettaglio una vasta gamma di birre e oggetti legati a questo prodotto, quindi bicchieri, boccali, libri e merchandising. Fino a pochi anni prima, le birroteche avevano offerto un discreto numero di marchi classici ma parliamo sempre di locali assimilabili al pub quindi con consumazione sul posto e con costi relativi. Essendo A tutta birra un’attività assolutamente nuova, le difficoltà furono diverse, sia di tipo burocratico, le istituzioni di allora erano incapaci di trovare una collocazione nelle categorie codificate esistenti e vincolanti, che di assortimento e di proposta.

È il 1995 quando Flavia Nasini apre A tutta birra a due passi da Porta Venezia, il primo beer shop di Milano e, probabilmente, d’Italia. La birra nel nostro paese ancora praticamente non esiste, si nasconde fra le spine dei pub e vive di miti e leggende negli antri degli Irish. In quei mesi l’artigianale comincia a sbocciare in maniera semiclandestina fra Lambrate, Pienzo e Lurago, che cominciano con le prime produzioni. Come per i birrifici per le attrezzature e le materie, il problema per Flavia è anche di tipo organizzativo e si tratta, di fatto, di creare reti di rapporti con distributori e importatori praticamente da zero: «Il mercato non offriva una grande varietà e, soprattutto, i fornitori richiedevano acquisti consistenti per ogni singolo ordine. Per fortuna alcuni importatori credettero nel progetto e accettarono ordini minimi, a volte anche da un solo cartone per tipo. Cominciammo così con le prime 100 birre partendo da birre belghe (trappiste ma anche Dupont, Abbaye des Rocs, De Dolle, Cantillon), tedesche, britanniche e irlandesi. Poi arrivarono gli USA, la Francia e via via altre nazioni».

Fatta l’offerta ora, però, era da fare il bevitore: «A tutta birra era ed è un negozio di vicinato. Il rapporto di empatia che si crea con il cliente è importante soprattutto per valutare la scelta del prodotto più adatto. Il nostro ruolo è anche quello di divulgare la cultura della birra e del consumo consapevole. Quando abbiamo aperto il 95% delle persone che entravano in negozio chiedevano del vino, solamente ex Erasmus o persone che per lavoro erano spesso all’estero richiedevano effettivamente qualcosa di simile a quello che avevano provato fuori dall’Italia». È in questo momento che Flavia incontra Kuska, il menestrello della birra artigianale, con cui iniziano a organizzare degustazioni e ad attirare l’attenzione delle persone, contemporaneamente all’arrivo delle prime produzioni italiane. Negli anni A tutta birra diventa testimone di questi cambiamenti, attraversando le mode: «dalle birre extraforti alle ipa, poi lambic , le imperial sout e le birre più estreme, si è sempre trattato per noi di riuscire a offrire una nostra visione e accompagnare il cliente nella degustazione. Questo è un po’ cambiato negli ultimi tempi. Il termine beer shop si è un po’ dilatato e non indica più, o solo, un negozio specializzato ma soprattutto un luogo di mescita, la cosa crea spesso degli equivoci. Come negozio al dettaglio, stiamo subendo anche la concorrenza delle vendite online, le prospettive non sono rosee ma credo continuerà a esserci un pubblico che continuerà a preferire questo tipo di rapporto al semplice prodotto per tutto quello che significa».

 

Il fermento romano nelle piazze e nei beer shop

 

beer shop italia il pretesto bologna

 

Se Roma è stata una delle città che hanno vissuto più intensamente l’euforia e la primavera artigianale uno dei motivi è, probabilmente, John Nolan. Figura mitica apparsa come per magia alla fine del 2004 in zona San Giovanni, nasce in Irlanda, si innamora dell’Italia e, dopo aver gestito alcuni ristoranti nell’isola di smeraldo, decide di cambiare vita e aprire a 26 anni il Johnny’s Off License. Il negozio riprende le esperienze degli shop d’oltremanica, dotandosi sin da subito di birre, vini e distillati. Non un beer shop canonico ma che, per molti motivi, darà il via a una vera e propria esplosione di beer shop sulla scena romana. Fra le mura del Johnny’s passa gran parte della storia e dell’evoluzione dei birrifici italiani ed esteri, ma dà anche un’immagine diretta di come lo stesso movimento si sia sviluppato e diffuso:

Il primo anno è stato un po’ strano e difficile, eravamo all’inizio e trovare i distributori e birrifici in grado di fornire i loro prodotti non era ancora così semplice. Poi ho conosciuto Kuaska, che mi ha fatto scoprire le nuove realtà che stavano aprendo in Italia. Erano ancora piccolissimi birrifici e non avevano ancora tante birre. Alcuni, persino, erano sprovvisti dei macchinari per l’imbottigliamento e il lattinaggio e le birre venivano riempite a mano e alcune chiuse col tappo meccanico. Quasi tutti sono passati da qui, abbiamo attraversato i periodi e le mode, ma anche i momenti in cui la birra artigianale italiana si stava sviluppando e crescendo attraverso gli errori, con birre che a volte non erano buone. Col tempo abbiamo anche iniziato a collaborare insieme e, tuttora, continuiamo insieme a Opperbacco ed altri producendo le nostre birre. Quello che mi ha cambiato un po’ la vita è stata la possibilità di far bere le persone direttamente sul posto, così hanno cominciato ad arrivare i ragazzi e le ragazze più giovani, dando un forte impulso a noi come negozio e alla diffusione della birra artigianale qui a Roma. All’inizio pensavo sarebbe stato come in Irlanda, in cui le birre dei beer shop venivano comprate e portate a casa, ma qui si è configurato naturalmente in maniera diversa.

Il beer shop all’italiana si configura un po’ in questo modo, una via di mezzo fra una bottega e un pub, identificandosi molto presto come un luogo di socialità particolare. Una risorsa per lo sviluppo della birra artigianale che ha nel beer shop un venditore e contemporaneamente un insegnante che, in veste di bottegaio, seleziona e continua a ricercare sempre nuove e diverse referenze. In modo simile all’esperienza milanese di A tutta birra, anche il Johnny’s Off License parte da un nucleo tradizionale, composto dalla trinità Germani-Belgio-UK, per poi arrivare agli Stati Uniti e anticipare l’IPA fever, attraversando tutte le epoche e l’evoluzione dei gusti: «Quando abbiamo aperto tutti cercavano Golden Ale belghe o Bitter inglesi, poi sono arrivate le IPA, le DIPA, le Imperial Stout, il periodo delle Sour. All’inizio non c’erano praticamente distributori e così abbiamo iniziato a importare anche noi direttamente, visitando e assaggiando le produzioni in Italia e all’estero, per conoscere e continuare a scoprire. La ricerca è un lavoro di tutti i giorni e questo forse ha anche scritto la nostra storia, riflettendosi in ciò che proponiamo a livello di vini, birre e distillati sempre diversi. La birra per me deve essere di tutti, che possa essere bevuta e consumata limitando anche il prezzo».

 

Straight to Bolo

 

beer shop italia il pretesto bologna

 

Nel fermento degli anni ’10, Bologna è fra le città più attive, diventando in breve tempo una terra ricca e fiorente con continue aperture di microbirrifici, beer shop e pub specializzati che arricchiscono il panorama della città. Nel 2012 Michele Privitera, a due passi dalla Cineteca, apre Il Pretesto: «Nel 2009 lavoravo a Rimini ma vivevo a Santarcangelo, è lì che ho scoperto il Grand Cru e ho iniziato ad approfondire il mio rapporto con la birra cominciato negli Stati Uniti, durante delle estati in cui andavo per lavoro. Ho iniziato a frequentare il beer shop quasi tutti i giorni, iniziando da un estremo all’altro dello scaffale e ho riscoperto i produttori americani, quelli più iconici del Belgio come De Dolle, poi i californiani, gli inglesi e tutti gli altri. A un certo punto il proprietario mi chiese di partecipare a una degustazione e da lì mi sono reso conto di poter provare questa strada. Ho lasciato il lavoro da Ikea e così il dicembre del 2012 è nato Il Pretesto  diventando, di fatto, il secondo beer shop ad aprire a Bologna. Erano tempi e consumatori diversi, c’è voluto impegno».

Per Michele il beer shop ha un’identità ben precisa che affonda le sue radici all’interno dell’economia del quartiere, un luogo che si muove costantemente fra cultura e socialità:

Per me il beer shop è sempre stato una sorta di bar di quartiere, dei luoghi di ritrovo magari con meno carattere rispetto ai pub ma con un’eterogeneità dei clienti molto più ampia. Un luogo tranquillo in cui poter fare cultura dell’alcol, con meno filtri e tante potenzialità. Nonostante il fenomeno dei beer shop stia un po’ scemando, trasformandosi in luoghi molti diversi con spine e tavoli, rimane un punto fondamentale in cui fare cultura, non solo dal punto di vista dei gusti ma proprio a livello di come si consuma. Bisogna però avere la pazienza e la costanza per farlo.

I cambiamenti, il Covid, le ordinanze hanno trasformato ancora una volta il ruolo e la natura dei beer shop che, forse, dopo i grandi apici, si ritrova a un momento di declino, una fase con più limitazioni che rischia di metterli un po’ da parte, un po’ come le botteghe storiche. Il ruolo del bottegaio, tuttavia, rimane ancora al centro ma rischia di scomparire, fatto di compromessi fra la ricerca, che rappresenta i propri gusti direttamente nei frigo e sugli scaffali, e i cambiamenti e le mode momento: «L’epoca dei beer shop non durerà per sempre, rispetto ai pub che possono puntare su cibo e altro, il beer shop ha un limite economico, nonostante le possibilità di degustazione, dei corsi o dell’asporto, come durante il lockdown in cui le persone venivano per fare scorta. È un concetto di negozio che ha perso forse nei confronti delle regole di ingaggio, di come le persone vivono i momenti in cui rilassarsi. L’online ha dato, come in tutte le cose, da un lato grandi vantaggi dal punto della visibilità, le persone hanno cominciato a bere molta più birra artigianale, dall’altro fa perdere un po’ il senso di quella cultura dell’alcol, dei rapporti di cui si ha bisogno. Non sono qui per vendere o, almeno, considero il mio ruolo più come quello di chi sa consigliarti ed è in grado di farti scoprire qualcosa di nuovo. È questo che, nel tempo, credo di essere stato in grado di costruire».