L’Italian Grape Ale è nata in Italia ma rischia di perdere la sua provenienza

L’Italia è un paese abbastanza giovane nella produzione di birra artigianale. Sono passati 25 anni quando Birrificio Lambrate, Birrificio Italiano e Baladin davano il via alle prime produzioni , un tempo piccolissimo rispetto alle tradizioni di Germania, Belgio e UK. Negli anni è avvenuta una vera e propria rivoluzione che ha saputo ritagliarsi uno spazio importante anche in un paese tradizionalmente legato alla vinicultura. Paradossalmente è stato proprio il vino, che per tanto tempo ha rallentato la diffusione della birra artigianale, a dare vita alla Italian Grape Ale, il primo stile di birra a trazione italiana che oggi, però, rischia di perdere la sua particolare definizione geografica.

A dare l’allarme è Gianriccardo Corbo che, per primo, ha dato la definizione di Italian Grape Ale ed è stato fra i promotori dell’inserimento all’interno della guida agli stili. Attraverso una raccolta firme, Corbo ha sollecitato il rischio che venga rimosso proprio il prefisso ‘Italian’ che va a definire la provenienza e la nascita di questo particolare stile.

Il BJCP sta attualmente valutando di cambiare il nome di “Italian Grape Ale” in “Grape Ale” al fine di soddisfare la richiesta di altri paesi di produrre e denominare le loro birre con una “Grape Ale” più generica (ad esempio nel caso di varietà di uve diverse da si usano quelli italiani).

L’IGA è stata riconosciuta nel 2015 come uno stile ufficiale dalla BJCP, stabilendo ufficialmente la sua profonda particolarità e raccontando molto delle potenzialità del nostro paese e la storia di un movimento in crescita. Dal 2006, negli anni delle prime sperimentazioni di Barley in Sardegna, l’IGA ha cominciato a diffondersi  in tutta Italia, trasformandosi e sperimentando sempre di più in fatto di tecniche e tipi di uva. Da pochissime oggi sono più di 200 i tipi di Italian Grape Ale prodotte nel nostro paese ed è diventato uno degli stili emergenti più interessanti, con interpretazioni provenienti da tutto il mondo.

L’utilizzo della provenienza per definire gli stili è una pratica molto comune e diffusa,  sia degli stili più tradizionali (Irish Ale, Belgian Ale) che nelle interpretazioni più moderne (New England IPA),  e racconta molto della storia e del territorio da cui provengono. La scelta del BJCP, al momento non ancora ufficiale dovendo uscire a giugno il nuovo aggiornamento, va incontro alle richieste di altri paesi di poter produrre la propria Grape Ale senza darne la sua connotazione geografica originale e, potenzialmente, allargare questo stile a nuove possibili definizioni.

Perdere il riconoscimento BJCP sul nome dello stile (Italian Grape Ale) sarebbe un’enorme perdita per la nostra tradizione birraria, una lacuna nella conoscenza della storia della birra europea che potrebbe influenzare la diversità della birra.

Il referente europeo del BJCP ci ha confermato come questo rischio sia molto di più che una possibilità lontana: «Abbiamo avuto una riunione del consiglio lo scorso fine settimana. Gordon Strong ci ha fornito un aggiornamento sull’imminente aggiornamento delle linee guida di stile. Sarà un aggiornamento e non una nuova versione. In effetti, ora le modifiche consistono nel rinominare l’Italian Grape Ale in Grape Ale e spostarla nella categoria delle birre alla frutta dagli stili preliminari».

Il motivo sembra essere la richiesta proveniente da Portogallo e Nuova Zelanda, che vorrebbero produrre Grape Ale senza menzionare la provenienza italiana, una situazione che già in questi anni si è ripresentata e ha visto anche nei concorsi vincere paesi stranieri, come Feral Vinifera dagli Stati Uniti al Brussels Beer Challenge del 2017, che hanno tuttavia riconosciuto l’importanza del lavoro italiano nella creazione dell’Italian Grape Ale, continuando negli anni a sperimentare accanto alle nostre produzioni.

Per firmare la petizione in difesa dell’Italian Grape Ale qui