Avevamo davvero bisogno dei marchi regionali sulla birra artigianale?

Il discorso è vecchio come il mondo. Quando c’è bisogno ogni aiuto è fondamentale, probabilmente legittimo e sicuramente ben accetto. Ma è sempre un bene accettarlo senza riserve?

La cultura della birra artigianale italiana, nonostante gli enormi passi avanti, è ancora poco considerata nel nostro paese. Sembrano i consumatori, soprattutto, a non essersi accorti di questa parte di mercato, del valore in più che può avere questa rispetto a un’altra come accaduto, per esempio, negli USA qualche tempo fa. L’importanza del fenomeno artigianale, delle sue dimensioni e del suo potenziale anche in questo paese risplende nelle linee scintillanti e craft-inspired dei birrifici industriali, nelle acquisizioni di piccole realtà o nel ridurre a pochi eletti l’accesso agli scaffali dei supermercati da cui proviene l’85% degli acquisti di birra secondo i dati forniti dal centro studi di Assobirra a dicembre 2020.

Sono tanti, e diversi, i motivi per cui la birra artigianale non ha ancora conquistato a tutti gli effetti un occhio di riguardo in Italia (non che negli Stati Uniti sia differente, ma con il vino, qui, non è stato lo stesso?) ed è giusto provare più strade possibili per finalmente emanciparsi. Sarebbe brutto, però, che tutta questa foga rovini, proprio sul più bello, la sua natura. Serve probabilmente più attenzione adesso, con i birrifici in grossa difficoltà, nello sposare iniziative lontane dallo stile e dai motivi per cui si fa birra artigianale. Capiamo la necessità di ottenere quel riconoscimento che distingue da tempo tutte le altre realtà artigianali o di eccellenza, soprattutto quando si parla di cosa bere o cosa mangiare in Italia. Ma è sempre meglio vederci chiaro.

Ha sorpreso un po’ tutti, forse perché la politica non si è mostrata molto ‘ricettiva’ negli anni, la proposta e il conseguente iter per  la legge di Promozione e valorizzazione della filiera agroalimentare brassicola regionale, da parte della regione Lombardia seguita poi da Abruzzo e who knows in un domino ripetuto. Secondo Monti e Massardi, firmatario e relatore, questa proposta si tratta di una «legge “innovativa”, che sarà da esempio sia per le altre Regioni sia a livello nazionale» che introdurrà «novità significative, a partire da un marchio regionale a garanzia dell’identificabilità del prodotto e la vendita e la somministrazione di birra sul posto», oltre a inserire la birra in progetti di turismo enogastronomico, potenziando l’offerta e lo sviluppo delle coltivazioni. Fino a qui, niente male. Sono anni che si parla di come la birra non venga mai considerata a livello istituzionale e, per questo, il fatto stesso di cominciare a investire in questo settore è un fatto tutt’altro che scontato.

birra lombarda legge

Le proposte sembrano intriganti, lo pensiamo davvero. Pensare che in Lombardia non esista una deroga per i birrifici di spillare tranquillamente la propria birra in sede senza dover entrare necessariamente in ottica di taproom o via dicendo, è un sogno che diventa realtà. C’è, però, qualcosa che ci solletica l’occhio, forse è per quella classica convinzione che se è davvero tutto troppo bello probabilmente si tratta di un pacco vuoto o sarà quel marchio regionale di Birra Lombarda, annunciato improvvisamente in maniera trionfale.

Così ci siamo documentati, leggendo e studiando il progetto di legge proposto dai consiglieri regionali della Lega, Monti e Massardi.

Introduzione:

Tuttavia, gli operatori sono chiamati quotidianamente a far fronte ad un fenomeno che sta mettendo in seria difficoltà tutto il settore agroalimentare lombardo: l’italian sounding. La spregiudicatezza con il quale i concorrenti mettono in atto le tante iniziative di “plagio” necessita di uno strumento normativo efficace che possa difendere prodotti e produttori attraverso l’identificazione immediata di un prodotto di altissima qualità come lombardo.

Ci sfugge, in qualche modo, quale sia esattamente il concetto che viene qui proposto su plagio e lotta contro l’Italian Sounding, il fenomeno che riguarda l’uso di parole, riferimenti o marchi per rievocare l’Italia a fini commerciali tipo le tagliatelle Alfredo (si è poi saputo dove ha origine tutto?) che danneggia il mondo della birra. Se parliamo di stili e influenze allora sarebbe più corretto cominciare a modificare già un bel po’ di nomi, dalle Pils in CZE-Sounding, le New England IPA US-Sounding e via via, passando poi a sostituire gli osti bavaresi con immagini di Nonno Libero e altri rebranding che non ci consigliamo di seguire.

Se per Italian Sounding si intendono le coltivazioni, l’obiettivo della legge che condividiamo sulla necessità di dare incentivi all’agricoltura produttrice di luppoli e malto in Italia, il risultato in questi termini potrebbe essere ancora peggiore, con la messa al bando dei luppoli invasori. E quindi ciao ciao Mosaic, Cascade, Saaz e Amarillo.

Il fatto è che la birra, da sempre, si poggia sul plagio o, meglio, sull’avere reciproche ispirazioni e influenze che si riproducono autonomamente e soggettivamente, in maniera più dichiarata o impercettibile, che sia nel gusto, nella tecnica o nello stile, e che spesso provengano da tutt’altre realtà.

I tre articoli della Birra Lombarda

Il primo formalizza l’idea che si vuole dare al mondo dei birrifici coinvolti che verrà poi inserito in un registro dei microbirrifici lombardo la cui ammissione (crediamo) venga approvata tramite la deliberazione della Giunta Regionale. L’ammissione vale, dovrebbe valere, l’ingresso in una sorta di circolo magico in grado di conquistare i vantaggi promessi.

Ma sorprende, soprattutto, la codificazione, che indaga la lingua e la letteratura per fornire definizioni ben precise.

birra lombarda legge

Per chi entra in questo registro la regione si impegna, quindi a focalizzare «l’attenzione sui produttori (formazione e certificazione delle competenze), sui prodotti (valorizzazione territoriale-gastronomica e utilizzo della filiera corta) e sulle strutture (innovazione dei macchinari, degli impianti e delle tecniche di produzione)». Entra in scena, poi, il marchio di Filiera Brassicola Regionale, di fatto il marchio di Birra Lombarda, ottenibile tramite un Progetto di Filiera Brassicola, con il compito di integrare «tra i vari soggetti operanti nell’ambito delle filiere, l’aumento della distintività delle produzioni e la coesione e l’integrazione dei sistemi socioeconomici territoriali», collegati con vincoli di carattere contrattuale e alcuni elementi obbligatori come dimostrare l’integrazione fra i differenti soggetti o differenti soggetti economici.

Arriva, infine, l’Accordo di Filiera Brassicola, a tutti gli effetti, il legame contrattuale fra microbirrifici e le imprese, la valutazione dei quantitativi complessivi di prodotto/i (materia prima) e della birra e la durata dell’accordo, che deve comunque garantire una copertura pari alla durata di concessione del marchio.

Quello che ci chiediamo alla fine di tutto è questo. Se l’obiettivo della birra è arrivare dappertutto perché dovrebbe essere lombarda e non italiana? O indipendente? Sono i termini giusti, questi, per parlare del mondo artigianale? Oppure, è davvero vantaggioso per i birrifici, viste già le difficoltà di distribuzione, le disparità fra nord/sud in fatto logistico, alimentare il fuoco della questione – e dell’orgoglio – fra le regioni? Ci chiediamo, serenamente, il marchio di Birra Lombarda sarà motivo di pregio o motivo di inutili divisioni che porteranno alla formazione di micromercati regionali (cosa, che del resto già accade nel circuito indipendente dove è ovviamente più facile trovare in loco le birre della propria regione rispetto alle altre) che non faranno altro che atomizzare il movimento?

Se siamo partiti da un vecchio modo di dire la conclusione rimane sospesa, almeno quanto la definizione di independent. Quella senso di indeterminatezza che segue una semplice domanda in grado di aprire migliaia di significati e signficanti: cos’è per te la birra artigianale?

A noi piaceva quella fatta di bevute al bancone, dove le sedie sono tutte uguali ed è un peccato non averle provate tutte.

Tutte le grafiche sono a cura di Giulio Ceschia